Nessun narese potrebbe immaginare un 18 giugno senza straula, senza bancarelle, senza ex voto, senza pane benedetto, senza le urla “W diu e san calò”, senza pellegrinaggi a piedi scalzi. Questi sono alcuni degli elementi che a distanza di secoli continuano a contraddistinguere il culto per San Calogero di Naro. Il Santo Nero è stato uno di quei vecchi venerandi che, per sfuggire alle persecuzioni degli ariani bizantini dalle terre dell'impero d'oriente,
si trasferirono in Sicilia, dove vissero una stentata vita eremitica, venerati dalle popolazioni cristiane. Ed essi, poiché, venuti dall'oriente, nella fantasia popolare, più tardi furono raffigurati con la faccia nera, anche perché la loro festa si celebrava nei mesi più caldi dell'anno. Il culto di San Calogero è databile al periodo della peste bubbonica che dal 1624 al 1626 imperversò in Sicilia e che cessò a Naro, come dice la tradizione, per la visione avuta da Suor Serafina Maria Pulcella, terziaria francescana, alla quale il Santo, diceva che, per sua intercessione, avrebbe avuto fine il terribile morbo. Il popolo di Naro, a tale rivelazione, condusse per le vie della città il simulacro del Santo e così la pestilenza ebbe termine. Questa mattina si è ripetuta la singolare processione sulla vara dei miracoli, a forma di grande Straula, sotto un baldacchino rosso. Il corteo è culminato, come da programma, nella Matrice Nuova, dentro la quale il Simulacro è stato portato, tolto dalla straula, con una vara, per la celebrazione della messa di ringraziamento per i forestieri, poiché si dice che il 18 giugno sia il giorno della festa delle persone non di Naro. Le manifestazioni culturali, musicali e sportive, che costituiscono il programma in onore del Santo continuano fino al 25 giugno, la cosiddetta ottava, giorno in cui avviene la seconda processione del Patrono per le vie cittadine fino a tornare nel Santuario.
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